Puscibaua 1

 

Artista praticamente da sempre, Puscibaua, nome d’arte di Nicola Papapietro 32enne cantautore umbro di origini italo-francesi, ha iniziato a suonare a 4 anni sempre ispirato da nomi altissimi della musica. Una grande passione artistica e un forte impegno sociale, come dimostra lo spettacolo teatrale “Fortuna” sostenuto da “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” al quale ha partecipato nel recente passato. Il suo ultimo EP, del quale ci ha parlato in questa intervista, si chiama Diversivi.

Ciao, innanzitutto ti chiedo di parlare un po’ di te agli amici di Musica361…
Un saluto a tutti i lettori di Musica361! La mia avventura con la musica è iniziata praticamente da subito, spinto soprattutto da mio padre, regista teatrale francese con una grande passione per la musica e per l’arte in generale. Tra i 4 e i 5 anni ho preso le prime lezioni di organetto (una sorta di fisarmonica in miniatura) per poi passare allo studio del pianoforte. Parallelamente ho iniziato a dedicarmi alla scrittura di poesie e piccoli racconti, ma per diversi anni è stata impensabile per me l’idea di comporre delle canzoni.
Le prime canzoni sono arrivate intorno al 2010, quando ho iniziato a suonare la chitarra da autodidatta sotto gli effetti di una colossale “cotta” per la poetica di Bob Dylan, di Georges Brassens e di alcuni cantautori italiani come Paolo Conte, Francesco de Gregori, Lucio Dalla e Franco Battiato.
Da lì in poi è successo tutto abbastanza rapidamente: grazie all’interessamento di alcuni amici musicisti, nel 2011 sono arrivati i primi concertini ed ha avuto inizio la più classica delle gavette, sui palchi più o meno improvvisati dei locali, dei festival e dei bar della mia regione. Nel 2017 ho pubblicato il mio primo EP autoprodotto (“La bestemmia”, registrato e prodotto da Marco Sensi) e negli anni seguenti ho inciso i singoli “Afrosirene”, “Foligno Nord”, “La terra si muove” e “Lega!”. Nel 2018 ho partecipato al festival Arezzo Wave e, vincendo la finale umbra, ho avuto la possibilità di esibirmi alla finale nazionale.
Nel 2021 ha avuto inizio con il singolo “Un’idea” la collaborazione tutt’ora in atto con il musicista e produttore tosco-napoletano Luca Cappuccio, con il quale ho arrangiato e registrato diversi singoli fino ad arrivare alla pubblicazione, a novembre 2024, dell’EP Diversivi.
La mia avventura musicale si è spesso intrecciata anche con il teatro, un’altra forma d’arte che ho sempre apprezzato moltissimo, sicuramente anche a causa delle mie influenze paterne. Così, dal 2016 al 2019 ho accompagnato Alessandro Sesti nello spettacolo “Fortuna” in una lunga tournée in giro per l’Italia. E nel 2023 ho scritto, insieme a Silvio Impegnoso, lo spettacolo-concerto “Nuove abitudini per la notte”, che ha visto anche la partecipazione del musicista Filippo Ciccioli.

Hai scelto un nome d’arte molto particolare, che significato ha?
“Puscibaua” è un soprannome che mi è stato dato, prima ancora che iniziassi a scrivere canzoni, dai miei compagni di classe delle superiori e la sua origine si perde ormai tra i vecchi ricordi degli scherzi liceali. Al mio primo concerto mi sono presentato come “Puscibaua” semplicemente perché ormai tutti mi conoscevano così, anziché come Nicola. In quel periodo non pensavo al fatto che sarebbe diventato effettivamente il mio nome d’arte, né che quasi 15 anni dopo avrei ancora continuato a scrivere e a pubblicare canzoni.

Sei italo-francese, quale delle due culture ti ha influenzato di più? Sì, sono italo-francese ma essendo nato e cresciuto in Italia la cultura che mi ha influenzato e che mi influenza di più è senza dubbio quella italiana. Tuttavia alcuni artisti francesi mi hanno ispirato profondamente. Penso ad esempio a Brassens per il suo umorismo e la sua visione del mondo teneramente cinica, a Godard per il nonsense e per l’anarchica poesia dei suoi film, agli Air e a La Femme per il loro approccio alla musica elettronica che in qualche modo sta influenzando, insieme ad altre “muse”, i miei ultimi lavori.

Dal 2016 al 2019 sei stato in tour con lo spettacolo teatrale “Fortuna” di e con Alessandro Sesti, sostenuto da “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, dimostrando di essere un artista sinceramente impegnato: quanto ti ha coinvolto un impegno simile e secondo te a che punto siamo con la lotta alle mafie?
Confesso che portare un certo impegno politico e sociale in quello che faccio è uno degli aspetti che mi entusiasma di più. Per me ne sono un esempio le canzoni “Guarda quante cose ti ho lasciato” e “Afrosirene” (dedicate al fenomeno delle migrazioni e del razzismo) e “Lega!” (un goliardico pezzo rock in cui parlo dell’omonimo partito politico e del suo principale esponente).
Perciò sono sempre stato infinitamente grato ad Alessandro per avermi coinvolto in questa esperienza che ci ha permesso di raccontare la terribile storia di Fortuna Loffredo in tantissime repliche dal nord al sud Italia. Le date più emozionanti sono state probabilmente i matinée per le scuole, durante i quali ci siamo commossi insieme a innumerevoli ragazze e ragazzi che si sono mostrati estremamente coinvolti nelle problematiche legate alla mafia, all’omertà, al bullismo e alla violenza in generale. Non voglio né posso esprimermi circa lo stato attuale della lotta alla mafia perché è un argomento estremamente complesso e io non sono la persona più indicata per fornire un’analisi sullo stato delle cose. Quello di cui sono convinto però è che si tratta di un fenomeno così articolato che non credo possa essere risolto unicamente con l’intervento dello Stato. Credo che la partecipazione (emotiva e concreta) della collettività sia indispensabile per tentare di sconfiggerlo o di
renderlo quantomeno più marginale. E in generale credo nell’importanza di dedicare anche solo un po’ di tempo ogni tanto a quei temi che ci stanno davvero a cuore. Penso che se ci impegnassimo tutti un pochino di più il cambiamento risulterebbe molto più a portata di mano di quello che siamo portati a credere.

Il tuo ultimo EP si chiama Diversivi, vuoi parlarcene?
Diversivi” è il mio nuovo EP, uscito a novembre del 2024. Registrato da e con Luca Cappuccio, contiene tre canzoni inedite e la versione rimasterizzata di “Un’idea”, il brano che 4 anni fa diede il via al nostro sodalizio artistico. “Diversivi” per me rappresenta soprattutto un momento di passaggio tra i miei precedenti lavori e quelli futuri già pronti nel cassetto, un passaggio che potrei riassumere in una transizione pacifica tra il mio vecchio mondo folk e le attuali sperimentazioni con un cantautorato che si avvicina a sonorità elettroniche senza essere necessariamente pop.

Quali sono i tuoi cantanti o gruppi di riferimento e come definiresti il tuo genere?
In realtà fin dai miei esordi ho sempre cercato di non accomodarmi in un determinato genere musicale, mi sono sempre concesso la libertà di seguire il mio istinto artistico senza preoccuparmi troppo di restare all’interno di specifici confini. Questo anche perché i miei ascolti musicali sono estremamente variegati e vanno letteralmente da Bach alla trap (quando scovo qualcosa di interessante).
Sicuramente ci sono stati alcuni pilastri fondamentali, ma gli artisti e le opere che mi hanno influenzato sono innumerevoli.
Ad ogni modo tra i pilastri metterei (in ordine più o meno cronologico di scoperta) Mozart per il Requiem e il Flauto Magico, Brassens, gli 883, gli Articolo 31, i Beatles, De Gregori, Vinicio Capossela, i Nirvana, Bob Dylan, i Sangue Misto, i Metronomy, La Femme… È un elenco prettamente simbolico perché sento di aver preso qualcosa da ogni artista a cui mi sono appassionato. Detto ciò, tornando al “mio genere”, se proprio dovessi definirmi in qualche modo direi semplicemente che sono un cantautore, in quanto la mia passione principale è sempre stata la scrittura dei testi.

A proposito di generi musicali, oggi quello che va per la maggiore è la trap che però ha attirato anche tante critiche, cosa ne pensi?
Io non credo che si possa esaltare o condannare un genere musicale nella sua interezza. Mi capita spesso di ascoltare cose meravigliose nate all’interno di generi che di solito non frequento. Senza dubbio in questo periodo la trap ha monopolizzato gran parte dell’attenzione, ma dal mio punto di vista fa parte anche delle regole del gioco, in modi diversi è sempre stato così. Prendo ad esempio mio nonno che impediva a mia madre di ascoltare i Beatles perché all’epoca venivano considerati troppo eccentrici e sovversivi. Piuttosto se devo essere polemico preferisco esserlo nei confronti dei tanti che criticano la trap, ma poi non sostengono in alcun modo quei generi che secondo loro sarebbero più degni di esistere. Così accade che, al di là delle polemiche infinite, ai concerti degli emergenti ci va sempre meno gente e i locali tendono quindi a modificare la loro programmazione in base a ciò che spinge il pubblico ad uscire di casa.
Quindi la differenza sostanziale è questa: che la trap è “potente” perché è seguita da un pubblico estremamente coinvolto, mentre il “nostro” pubblico sta diventando sempre più pigro e sterilmente brontolone.
Insomma, chi vuole sostenere realmente i bellissimi progetti che nascono attualmente all’ombra della trap può farlo dandosi un po’ da fare, partecipando alle iniziative che vengono ancora faticosamente organizzate, aguzzando la curiosità e abbandonando i paragoni tra il passato e il presente.

Il Festival di Sanremo si avvicina, lo seguirai? C’è un artista per cui farai il tifo (tra l’altro parteciperà anche Lucio Corsi, i cui concerti hai aperto…)?
Sì, ogni anno seguo con interesse Sanremo, mentre accarezzo il sogno proibito di finirci anch’io magari fra qualche tempo. Il Festival mi affascina per il suo instabile equilibrio tra i (pochi) momenti alti e gli innumerevoli scivoloni, gaffe e problemi di qualsiasi tipo che lo affliggono da sempre, come una divertente maledizione.
E sì, quest’anno farò decisamente il tifo per Lucio Corsi. È sempre stato il mio cantautore preferito tra le nuove leve e sono ancora incredulo per il fatto che lo vedremo a Sanremo. Anzi, colgo l’occasione per consigliare a tutti di ascoltare i suoi dischi per arrivare preparati all’appuntamento.

Oggi imperversano i Talent, ti andrebbe di partecipare?
Ogni tanto mi capita di vedere qualche puntata di X Factor, ma secondo me questi programmi vanno visti per quello che sono: semplice intrattenimento, in cui la musica in realtà è solo un pretesto o poco più. Ho conosciuto diversi artisti che ne sono usciti con le ossa rotte e personalmente non solo non intendo partecipare, ma mi sento anche di sconsigliare questo percorso a chi davvero ha a cuore la musica.
Soprattutto perché trovo sempre poco sano accostare il concetto di musica con quello di competizione, di gara. Si finisce per dare ad una classifica le redini della propria autostima ed è pericolosissimo. Sanremo lo salvo in parte proprio perché il format su cui si basa fa sì che la classifica non sia dopotutto così rilevante: sono ben noti molti esempi di artisti divenuti delle icone pur piazzandosi all’ultimo posto.

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri, sappiamo che c’è qualcosa che bolle in pentola per questo 2025…
Effettivamente credo e spero che il 2025 si rivelerà piuttosto cruciale. In primavera pubblicherò un nuovo EP di cui sono molto orgoglioso e di cui spero di poter parlare di nuovo ai lettori di Musica361. Ci saranno anche delle altre novità, ma per ora vi invito a seguirmi cercandomi come “Puscibaua” sui miei canali social e sulle varie piattaforme musicali (Spotify, YouTube, Apple Music, ecc…) per rimanere aggiornati sulle prossime pubblicazioni.

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Fratelli&Margherita

 

Reduci dal grande successo di pubblico riscontrato con il tour di Cisco, ex Modena City Ramblers, i Fratelli&Margherita ci hanno parlato del loro album che contiene parecchi spunti interessanti: El Canguro infatti parla di loro, del concetto di verità e inoltre sa gridare a piena voce la parola Pace, lasciandoci infine una dedica ad un amico che non c’è più…

 

Ciao, siete reduci da un tour con Cisco, ex Modena City Ramblers, che riscontro avete avuto dal pubblico?

Ciao a tutti! Sì, abbiamo concluso questo meraviglioso tour in apertura al “Riportando tutto a casa tour trent’anni dopo” di Cisco ex Modena City Ramblers. Che dire: è stata una festa ricca di sorprese e di conferme, sorprese come il fuori programma della data di Cesena subito dopo il successo di Brescia, e conferme invece in termini di riscontro con il pubblico, un pubblico vivo e curioso che ha saputo ballare sulle note delle nostre canzoni, che ci ha fatti sentire a casa nonostante la considerevole distanza, un pubblico che ha saputo scherzare con noi durante le provocazioni di Margherita sul palcoscenico, un pubblico che si è avvicinato a noi alla fine dei concerti curioso di sapere chi eravamo e felice di portare a casa qualcosa di noi come una maglietta o il nostro ultimo EP “El Canguro”.

Cisco è sicuramente un punto di riferimento, quanto vi arricchisce questa collaborazione?

Ci arricchisce la sua amicizia, il confronto insieme, le riflessioni su tematiche e problematiche di oggi. Raccogliamo l’eredità di questo movimento con l’impegno e la promessa di portarlo avanti.

Voi siete di Lugo, in Emilia-Romagna, terra di grandissimi artisti, quanto ha influito la vostra origine nel percorso artistico?

La nostra Romagna è  divertimento, nell’ arco di pochi chilometri si passa dalle folkloristiche sagre di paese animate dal tradizionale liscio o dalle colorite sfilate dei rioni, fino al mare dove trovi la movida dei bagni, delle discoteche fino alle balere. Ma l’essenza dei Fratelli&Margherita è l’evasione; il volere andare sempre più lontano possibile, esplorare, provare, tentare, pur sapendo di aver sempre un posto sicuro dove tornare che ci piace chiamare Casa.

Di recente è uscito il vostro ultimo album, volete parlarcene?

“El Canguro” è il controverso titolo del nostro ultimo lavoro in studio. Nasce da una storiella semplice, ma che ci ha fatto riflettere. Margherita tornava a notte inoltrata da un turno di lavoro come cameriera di un ristorante, ad accompagnarla a casa fu proprio il suo datore di lavoro. La macchina incedeva tra il buio e la coltre di nebbia tipica del nostro ottobre, quando a un certo punto qualcosa di inaspettato gli ha attraversato la strada, una sagoma imperiosa, alta che saltava su due zampe, occhi sbarrati in direzione dei fari dell’auto, a seguire un silenzio meditabondo dove nessuno sapeva spiegarsi l’accaduto, a rompere il silenzio fu la lecita domanda “Ma era un canguro?!” . Ovviamente nessuno di noi in famiglia e tra gli amici ha creduto all’accaduto, tutto troppo surreale, fantastico! Per anni quando si tornava sull’argomento ridevamo di Margherita chiedendole cosa si era fumata quella sera, ma poi abbiamo scoperto che c’era un bracconiere nella nostra zona che commerciava animali esotici e a volte capitava che questi animali fuggissero dalle gabbie e tra questi un canguro! Dunque la storia si è rovesciata e Marghi ha ritrovato giustizia. La cosa ci ha fatto riflettere sul significato di verità, la società di oggi è pronta a bersi qualsiasi cosa proposta dai media fino a dubitare della stessa realtà che ci circonda. Oltre questo El Canguro è un’ EP che sa raccogliere folklore e cantautorato; che parla di noi, che sa gridare a piena voce la parola Pace e che ritaglia uno spazio per una dedica ad un amico perduto in età prematura in tristi circostanze.

Come definireste il vostro genere e quali sono i vostri artisti di riferimento?

Non saprei parlare esattamente di genere. A noi piace definire la nostra musica come musica della frontiera.
La frontiera è un concetto sempre più attuale, perché racchiude l’idea dello scontro e dello scambio tra diverse culture, ora più che mai in Italia viviamo questa situazione dove tolleranza, rispetto, paura e omertà si confondono creando legami o suscitando attriti. È un momento necessario ma difficile. La nostra musica è in continua trasformazione, diventa inclusiva e punto d’incontro tra diverse realtà, rimaniamo aperti a qualsiasi sonorità che sappia parlare sinceramente di sé.

Avete deciso di non ricorrere all’elettronica, ai tempi dell’Auto-Tune è un vero e proprio atto di coraggio…

Crediamo che l’eccessivo utilizzo dell’elettronica e quindi dell’auto tune ad oggi serva a dissimulare una carenza da parte dell’artista.
Crediamo bisogna tornare all’essenza, creare vicinanza con le persone, la canzone deve essere intellegibile all’ascoltatore, ancora una volta trovare un legame immediato con il pubblico che sappia di legno, corde e pelli di tamburo.

Oggi imperversano i Talent, cosa ne pensate?

Per un artista il talent è un modo per affacciarsi ad un’opportunità lavorativa; diciamo, però, che non fa per noi.
Troppo spesso il talent promuove un progetto solamente in funzione del pensiero mainstream. Noi cerchiamo di fare sentire alla gente la nostra vera voce per quella che è; crediamo che l’artista debba tornare a imporre il proprio gusto e la propria ricerca artistica senza sopperire alla richiesta del mercato e del successo facile.

Prima di lasciarci volete rivelarci i progetti futuri?

Per i progetti futuri, c’è un intero nuovo tour da scoprire che stiamo organizzando proprio in questi giorni, collaborazioni e un intenso lavoro in studio di registrazione ancora da concludere, ringraziamo il nostro produttore Giordano Sangiorgi e tutto il team MEI che ci sostiene in questo avventuroso percorso.
Bandh 1
Foto: Ufficio Stampa

Interessanti fin dal nome che deriva dalle forme di protesta civile in India e Nepal, il gruppo Bandh ci ha parlato, attraverso il chitarrista Rocco Colicchio, del loro genere particolare che è un alchimia di più contaminazioni e del loro modo di fare musica impegnata. E alla domanda se c’è in Italia ancora terreno fertile per fare musica di protesta hanno risposto così…

 

Ciao Rocco, innanzitutto ti chiedo di introdurre il gruppo Bandh agli amici di Musica361…
Il gruppo nasce circa tre anni fa con l’intenzione di proporre musica propria: oltre al sottoscritto sono presenti Fefè Messina alla batteria, Antonio Clausi alla chitarra, Lauro Rossi al basso, Giuseppe Onorati alle tastiere, Alessandro Azzaretti alle percussioni e Katia Campolongo fonico. Ogni componente del gruppo arriva da realtà musicali diverse. Chi dal Rock, chi da un lungo periodo in orchestra, chi dal progressivo, ecc..

Avete scelto un nome molto impegnativo, infatti Bandh indica le forme di protesta civile in India e Nepal, come mai una scelta simile?
Abbiamo sempre avuto le idee chiare in merito ai 2 aspetti caratterizzanti del nome: ideologico ed estetico. Il primo si lega alla propensione dei nostri testi alla considerazione dei fatti di una società la cui crescita passa attraverso la protesta civile e il dissenso costruttivo. Il secondo si evidenzia nella lettura a 360 gradi del nostro logo, per una simbologia dei segni, nell’ottica della contemperazione comunicativa su più piani.

Quali sono i vostri cantanti o gruppi di riferimento e come definireste il vostro genere?
Il nostro genere è un’alchimia di varie contaminazioni, per lo più anacronistiche, riferite a gruppi anni ’70/’80, Pink Floyd, Dire Straits, cantautorato, Hard Rock in genere.

A proposito di generi musicali, oggi quello che va per la maggiore è la trap che però ha attirato anche tante critiche, cosa ne pensi?
Ma guarda, penso che ogni epoca ha le sue tendenze, le sue mode, poi con la tecnologia che ha messo a disposizione molti strumenti di produzione “chiunque” può cimentarsi nelle più svariate creatività. Penso che comunque bisogna avere un minimo di conoscenza “musicale” di quello che si fa, anche se si arriva da autodidatta. Lo studio dell’armonia ad esempio è molto affascinante e offre infinite possibilità di arrangiamento. C’è tanta musica da consumo usata come sottofondo alle nostre attività quotidiane, non sono tanto d’accordo nel realizzare a tutti costi qualcosa che debba seguire la moda del momento perché si rischia di cadere nell’ossessione del già “vecchio”, ma la “cultura” del nostro tempo e della nostra posizione geografica impone questo altrimenti, sei tagliato fuori, e ciò implica competizione e stress. L’ascoltatore è abituato ad apprezzare ciò che l’orecchio è abituato ad ascoltare, mi incuriosiscono quelle opere in cui l’orecchio ha bisogno di più ascolti per comprendere. Oggi è cambiato radicalmente il modo di ascoltare musica. C’è questo ritorno al vinile, ma la storia è circolare e in qualche modo tornano “vecchie” tendenze fatte passare per novità. C’è spazio per tutti, ma c’è spazio per pochi se si pensa all’arte come professione. E’ un discorso che andrebbe approfondito. La trap è un fenomeno come tanti che adesso ha la tendenza maggiore, ma se l’ascolti attentamente anche la trap ha contaminazioni, specialmente nel ritmo (ta tum ta tum) che ricorda molto i tamburi tribali dell’Africa, certo usati in modo ossessivo, insomma la trap è un copia incolla di loop a disposizione di tutti, poi ci canti sopra qualsiasi cosa.

Voi prestate molta attenzione ai testi, quali sono le vostre tematiche preferite?
Le nostre tematiche rispecchiano in generale la società che ci circonda, mi piace molto usare le metafore anche per questi testi di “protesta” perché la metafora, secondo me, può dare un senso diverso a ognuno, non solo quello che ha in testa l’autore. Poi succede che arrivano delle ispirazioni inaspettate, come è successo per un nostro nuovo brano; stavo chiedendo al chitarrista di inviarmi il riff che aveva proposto in sala prove che non ricordavo, lui mi risponde che non può perché sta montando una zanzariera, allora è arrivata la scintilla ed ho intitolato il brano “La zanzara”, ne è venuto un testo particolare che è piaciuto a tutti e presto lo inseriremo nel nuovo album.

Secondo te c’è oggi in Italia terreno fertile per le canzoni di protesta?
Altrochè! I nuovi autori specie chi fa Rap a loro modo inoltrano un “messaggio” preciso, anche se è facile cadere nel banale e nel retorico.
Personalmente faccio molta attenzione quando scrivo qualcosa per contestare un avvenimento che mi colpisce, ma non cerco di cambiare il mondo, cerco più che altro di creare una riflessione emotiva sull’argomento e magari, quando lo si ripropone dal vivo, creare una sorta di dialogo con lo spettatore.

Oggi imperversano i Talent, ti andrebbe di partecipare?
No, perché sono (e siamo) cresciuti in un altro contesto musicale, oggi gli autori o i coach che seguono i ragazzi (a parte qualche eccezione) cercano di creare quasi dei pupazzi da consumo, è vero che ci sono stati artisti che sono venuti fuori anche bene, però la musica non è competizione, almeno non dovrebbe esserlo.

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri?
Stiamo lavorando in sala prove ad un nuovo progetto che dovrebbe vedere la luce il prossimo anno, abbiamo intenzione di registrare un album in studio quasi interamente dal vivo con pochissime sovraincisioni, cercando di mantenere un’anima che solo un live può dare.
Ti ringrazio molto per questa opportunità. Grazie a te Ruggero e a Musica361.
Bandh!

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Sara Torraco

Oggi quattro chiacchiere in compagnia di Sara Torraco, reduce dalla grande soddisfazione di essere stata finalista al prestigioso Premio Bianca D’Aponte. L’artista lucana ci ha parlato del suo stile delicato e della sua tendenza introspettiva, annunciandoci il suo prossimo album…

Ciao Sara, innanzitutto ti chiedo di presentarti agli amici di Musica361…

Ciao a tutti! Grazie per questo tempo dedicato… sono una cantautrice dalle radici in Lucania e dalle ramificazioni che vanno in giro, con uno zaino in spalla, un quaderno e una penna e il registratore del telefono per catturare in tempo reale melodie e storie che ascolto.

Quest’anno sei stata finalista al Premio Bianca D’Aponte, prestigioso appuntamento dedicato alle cantautrici emergenti, sicuramente una grande emozione…

Sì, è stata davvero una grande emozione! Mi sono sentita in un clima familiare, insomma a casa… ho avuto la fortuna di “conoscere” Bianca D’Aponte tramite i racconti dei suoi amici, colleghi ed era in ognuna di noi finaliste come fonte di ispirazione. L’emozione più grande per me è stata poter esprimere parte delle mie fragilità senza filtri, un po’ come mettersi a nudo: non a caso ho scelto di presentarmi in solo suonando solo il pianoforte e tutto il resto è stata musica, energia, autenticità..

Hai partecipato con il brano inedito “Fammi stare in silenzio”, vuoi parlarcene?

Il brano nasce dal suggerimento del titolo che mi è stato donato da un cantautore che stimo molto: Bungaro e di lì ho letteralmente meditato. Musica e parole sono arrivate da me insieme e ho riflettuto su quanto sia importante essere grati di ogni istante, del tempo che passa e del modo in cui ci relazioniamo ad esso – spesso sentendomi “come un treno in ritardo” – e su quanto la natura ci insegni a ridisegnare i nostri orizzonti, c’è ancora un mondo intero da imparare.

In un mondo sempre più rumoroso, tu hai scelto invece una tematica introspettiva e uno stile delicato, una scelta decisamente in controtendenza…

Un mondo rumoroso o i nostri pensieri che lo rendono tale? Non per essere in controtendenza quanto per il restare fedele a me stessa come essere umano: facendo un lavoro su me stessa di tipo introspettivo penso sia naturale che emerga, sotto forma espressiva, in quello che suono e scrivo. Il tutto è facilitato dall’abitare in un piccolo paese, spesso lontano dai rumori della città e a contatto con la natura.

Il mondo rumoroso è, ad esempio, quello che si riversa nei testi della Trap, genere che va per la maggiore, ma che ha attirato anche tante critiche, tu cosa ne pensi?

Penso che i giovani, giovanissimi abbiano, per la maggior parte, un rumore in testa fatto di ansie, insicurezze, paure, incomprensioni etc, per cui non mi sorprende che questo genere abbia preso piede proprio insieme a loro; è il loro specchio, è quella musica che li fa sentire compresi, forse, anche solo per pochi minuti. Quello che mi preoccupa, piuttosto, è il linguaggio che spesso viene utilizzato: parole violente che non fanno altro che normalizzare situazioni, atteggiamenti nei confronti della donna, di come vederla e trattarla e alla fine “[…] il modo in cui nominiamo la realtà è anche quella in cui finiamo per abitarla” (come ha scritto Michela Murgia nel libro “Stai zitta!”)

Tornando a te, quali sono i tuoi cantanti o gruppi di riferimento?

Sono stati diversi nel corso della mia crescita: potrei dire da Steve Wonder, Pino Daniele ad Elisa fino al mio periodo adolescenziale per poi ascoltare tantissimi altri artisti che risuonano con la mia persona: Davide Shorty, Niccolò Fabi, Aurora, Jacob Collier, i The Paper Kites, Tosca, Bungaro. Ognuno di loro, a modo suo, ha creato un “dialogo” con alcune parti di me; insomma mi ispirano quotidianamente con la loro musica, parole e personalità.

Che rapporto hai con i social?

Odi et amo se potessi citare, in parte, Catullo. È un potente mezzo di comunicazione anche se, a volte, è così forte la “pressione” di dover essere sempre online, creare, pensare a dei contenuti da bloccarmi nel farli. Vorrei solo dedicarmi alla scrittura, al sentire/catturare quello che c’è intorno a me e condividere le emozioni con il pubblico. Quindi mi ritrovo a comunicare con i social con tempi tutti miei e forse in maniera controproducente perché vorrei utilizzarli per arrivare a quelle persone che si sentono comprese, che leggono la loro storia nella musica che propongo. È un lavoro che richiede tempo ed energie, sicuramente da delegare così da non dovermi chiedere costantemente “ma se non lo pubblico o condivido quel momento è avvenuto realmente?” nel mio caso sì, e ci sono cose che preferisco custodire in me.

Oggi imperversano i Talent, cosa ne pensi?

Sono indubbiamente una delle tante possibilità per farsi conoscere, sono a tutti gli effetti una vetrina. Non credo sia LA possibilità per emergere, ognuno di noi si costruisce la strada che ritiene più in linea con quello che ha da dire, ci sono tantissimi Artisti che non fanno talent o televisione eppure esistono e hanno le loro vetrine per i loro progetti. Non escludo nulla a priori nella mia vita perché non posso prevedere quello che succederà, al momento non vi ho partecipato.

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri?

Certo! In cantiere c’è la produzione e pubblicazione del mio nuovissimo Ep che conterrà “fammi stare in silenzio”, con una persona meravigliosa che mi ha conosciuta grazie al Premio Bianca d’Aponte. E dopo aver fatto due date in cui ho avuto il piacere di presentare il mio nuovissimo progetto in solo ( piano, voce e loop station) l’8 dicembre a Pescara (Contemporary Fest ) e il 13 dicembre a Lecce con il mio nuovissimo progetto “Diari” in trio, chissà quali altre meraviglie riserva questo futuro, sono pronta!

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Sicuramente una cantante originale, come quando ci ha parlato del suo genere musicale che ha definito “Pop struccato”, Elisa Carlotti, in arte carlot, ci presenta il suo ultimo pezzo “Lava spenta”, dal contenuto molto importante soprattutto per i più giovani, con una arguta riflessione sui social e il loro strapotere…

 

Ciao Elisa, innanzitutto ti chiedo di presentarti agli amici di Muisca361…

Ciao! Ci tengo a ringraziarvi subito per lo spazio che mi state concedendo, è molto importante per un’emergente. Mi chiamo Elisa Carlotti, in arte carlot, sono una cantautrice bresciana ed ho 29 anni.

Come è nata la tua passione per la musica, sei figlia d’arte?

Non sono figlia d’arte, ma sono figlia di appassionati d’arte. I miei genitori sono dei grandissimi fruitori di musica: papà con la musica classica, mamma invece con tutta la musica anni ’70/’80, in particolare delle grandi interpreti di quel periodo (Nada, Mina, Mia Martini…). Diciamo che la musica non è mai mancata in casa mia, anche se io sono l’unica musicista in casa.

Il tuo ultimo brano, “Lava spenta”, affronta un tema molto importante, quello delle emozioni represse, in particolare la rabbia…

Purtroppo sì. La mia scrittura nasce da una forte necessità di esprimermi per affrontare le mie emozioni: essendo una persona molto introversa, fatico molto a spiegare ciò che provo, il ché però mi porta spesso ad accumulare tensioni. Ho pensato che fosse il caso di raccontare  questa gestione malsana della rabbia, nella speranza che qualcuno si possa rivedere.

Tu dici che i continui sforzi per evitare il conflitto con gli altri ci portano a perdere qualcosa di noi stessi, quindi a tuo parere è meglio affrontare certe situazioni ?

La comunicazione è alla base di ogni rapporto degno di essere chiamato tale. Con il tempo, ho imparato a dire quello che penso senza temere di rovinare la relazione con la persona che ho davanti. Se esprimere la mia opinione è sufficiente a minare la solidità di un rapporto, significa che non vale la pena di combattere per difenderlo.

Pensi che i social, molto seguiti soprattutto tra i giovani, abbiano contribuito a sviluppare una maggiore rabbia diffusa? 

Assolutamente. In questo caso direi che la rabbia si mostra soprattutto sotto forma di frustrazione. I social sono fortemente basati sui numeri e, se questi non arrivano, portano con sé la vergogna, la paura del fallimento ed il conseguente bisogno di rivalsa, che spesso si trasforma in invidia e cattiveria.

Qual è il tuo rapporto con i social?

Un rapporto di amore-odio. Diciamo che mi sento migliore come follower che come creator. Mi piace molto vedere come le persone riescono a dare libero sfogo alla loro creatività, ci sono contenuti educativi ed altri davvero divertenti. Come creator, invece, non riesco ancora a dominare i loro meccanismi: c’è tanto, TROPPO, dietro alla creazione di un contenuto, e troppa attenzione alla forma per i miei gusti. D’altro canto, però, sono importantissimi per noi emergenti, poiché abbiamo a disposizione una piattaforma gratuita per trasmettere i nostri messaggi. Vorrei solo che fosse facile come parlare a degli amici.

Hai definito il tuo genere pop “struccato”, una definizione molto particolare, vuoi approfondire?

È una musica struccata come me. Io non mi trucco mai, se devo conoscere qualcuno preferisco mostrarmi così come sono. Tanto brufoli, rughe, occhiaie e pori dilatati li abbiamo tutti e non è neanche un segreto. Mi piacerebbe capire chi ha deciso che andavano nascosti… Mi piace l’idea che la mia musica sia semplice ed immediata come un viso struccato, senza le impalcature tipiche delle pop star.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?

Il mio primo idolo musicale è stata Annalisa, l’ho seguita ad Amici in maniera quasi ossessiva. A livello musicale mi ispiro tanto ad Elisa, penso che sia l’artista più completa che abbiamo in Italia. Apprezzo molto anche Francesca Michielin, Adele, Lady Gaga, Lucio Dalla e Brunori Sas… ma alla fine, come direbbe la maestra Celentano, la musica è una: quella fatta bene.

Oggi imperversano i Talent, cosa ne pensi?

Sono uno strumento come un altro per farsi conoscere. Poi si sa com’è la televisione… bisogna guardarli con il giusto senso critico, ecco. Sono solo la punta dell’iceberg della musica emergente.

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri, sappiamo che c’è qualcosa che bolle in pentola?

In questo periodo sto scrivendo molto. Ho 5 pezzi pronti, che mi piacerebbe produrre a breve e, chissà, magari pubblicare in un EP che mi presenti come una cantautrice che scrive per esigenza di scrivere. Stay tuned…

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Androgy̆nus 1

Solide basi classiche per Androgy̆nus  che dopo gli studi al Conservatorio ha però preferito concentrarsi sulla musica moderna. Nasce così “Danza magica”, di cui l’artista che è stato accostato a Battiato e Battisti ci parla in questa intervista…

Ciao, innanzitutto ti chiedo di presentarti agli amici di Muisca361…

Ho iniziato a suonare a 7 anni, ora ne ho 26, ho iniziato con il violino perché mio padre era un liutaio. Uno strumento difficile infatti l’inizio è stato travagliato, un po’ me lo hanno fatto odiare, ma poi a 13 anni mi sono rifugiato nella musica rock che mi era molto più vicina. Lo scorso anno mi sono diplomato al Conservatorio, ma ho sempre preferito dopo la scuola fare musica moderna.

Quali sono i tuoi cantanti o gruppi di riferimento?

Su la Repubblica di Firenze mi hanno paragonato a Battisti e a Battiato, un paragone piuttosto ambizioso, non mi sento all’altezza. Poi sono stato molto influenzato dall’elettronica come i Justice, gli MGMT, i Ratatat, gruppi internazionali, in Italia invece Andrea Laszlo De Simone, il suo “Uomo Donna” è stato un disco con cui ho avuto una rivoluzione interiore, perché ha fuso lui Battiato e Battisti, non io!

È uscito “Danza magica” vuoi parlarcene?

Si tratta di un brano molto metaforico che parla di come le cose oscure siano un mezzo che ci permette di elevarci, di diventare esseri totali non avendo più paura perché ti permettono di comprendere anche il tuo lato buio.

In questo testo la notte non è associata alla paura e angoscia ma diventa simbolo di bellezza che concilia la conoscenza di sé…

Esatto, è inevitabile conoscere quel lato perché non si può scappare per sempre dalle cose inconsce, dalle cose che ci fanno paura. Io penso che stiamo molto bene, almeno apparentemente, perché non ci pensiamo troppo a quello che succede nel mondo, però abbiamo altre paure, come quella di non fare successo, questo tipo di paura è dettata solo dal fatto che non abbiamo altri valori, abbiamo solo il valore esteriore di dovere essere qualcuno.

Molto bello anche il video che si rifà a Omega di Donald Fox, successo degli anni ’70, anche per altri versi ti ispiri a quegli anni?

In realtà non lo conoscevo, dovevo dare un volto visivo alla canzone, ho trovato questo cortometraggio che ho rimontato, ma era perfetto già così. Sono orientato verso gli anni ’70, anche se oggi vanno di moda di più gli anni ’90. Io sono più per i ’70, è più un fatto personale, di gusto, non è una cosa scelta per un motivo particolare, c’era una innocenza diversa…

Tra l’altro è stato restaurato con l’intelligenza artificiale, che fa tanta paura, ma ha anche effetti positivi…

L’intelligenza artificiale è una cosa molto positiva, ci sono dei casi in cui andrà a sostituire l’uomo, qualcuno perderà il lavoro, come è stato con noi con Spotify, ma il mondo va avanti, l’intelligenza artificiale deve essere sviluppata e noi dobbiamo imparare a conviverci.

Oggi imperversano i Talent, cosa ne pensi, ti andrebbe di partecipare?

Secondo me si sconfina in un mondo che è più spettacolo, fare audience, televisione. Non ho niente in contrario, ma non mi piace quello che viene proposto. Mi pare che si guardi di più la storia o un particolare carattere del cantante…

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri?

Ci saranno una serie di date che si possono consultare attraverso i miei canali Instagram, Facebook, Youtube…

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Filippo Muscaritoli

 

Filippo Muscaritoli, cantautore romano, ci presenta il suo particolarissimo pezzo “Dove finisce l’_ _ _ _ _”, parte di uno dei due Ep gemelli cui sta lavorando, l’ultima fatica di questo artista che si è formato all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini dove ha studiato con Giovanni Truppi, Niccolo Fabi e Tosca, cantanti che sono tutt’ora suoi amici e con cui spesso ha a che fare per motivi artistici…

Ciao Filippo, innanzitutto ti chiedo di parlare un po’ di te agli amici di Muisca361…

Ciao a tutte e a tutti, per me è un piacere condividere con voi la mia musica e quello che c’è dietro. Sono un cantautore nato e cresciuto a Roma e, nonostante gli studi di architettura, ho deciso di intraprendere la via della musica probabilmente perché mi ha salvato ogni volta che sentivo di perdere la rotta. Dopo il liceo, momento in cui ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni di un “periodo zero”, ho iniziato a scrivere quelle, un po’ più mature, del disco “Del Giorno e della Notte”, pubblicato poi nel 2022. In questo periodo, di grande importanza fu assistere ad uno degli ultimi concerti di Gianmaria Testa, che mi ha trasmesso il concetto di una musica intima, riservata non “a tutti” ma “a ciascuno”, pensiero che continuo a portare con me nella musica e nel resto. Da un paio d’anni vivo da solo in una nuova casa e questo mi ha aiutato a tirare più fuori la voce, cosa che a casa dei miei genitori non accadeva, un po’ per riservatezza, un po’ per vergogna. Questa è da un po’ la base per le mie nuove canzoni.

Prosegui la grande tradizione cantautorale, ma quali sono i tuoi artisti di riferimento?

I più vari e disparati… in passato ho sicuramente attinto da Niccolò Fabi, poi dai Baustelle, poi da Bon Iver, ma mi diverte sempre dire che quello che faccio è in uno spazio che va da Paolo Conte ai King Crimson.

Il tuo brano è molto singolare, vuoi parlarcene?

Ti ringrazio, perché “singolare” per me è un complimento. La canzone è nata al culmine di un periodo costellato da rapporti con persone con cui non si è mai riuscito a costruire una relazione, di situazioni in sospeso o non corrisposte e per le quali mi chiedevo “ma tutto il sentimento che ho dentro e che vorrei dare, dove va a finire quando non viene accolto?”. La canzone, come spesso mi accade, diventa quindi un modo per sfogarmi e per mettermi davanti il problema. Per esorcizzare il dolore.

Come mai hai scelto di nascondere una parte del titolo?

Questa scelta è conseguente al concepimento del ritornello: la parola censurata, più che nascosta, voleva da subito essere una proibizione di esprimere quel sentimento, un modo per dire che l’_ _ _ _ _ non aveva nemmeno il diritto di chiamarsi tale.

Nei tuoi testi parli di amori non corrisposti, hai una ricetta per questo problema?

Non una vera e propria ricetta, piuttosto un modo di viverli, senza troppe illusioni, riservandosi così la sorpresa, magari, che ci si stava sbagliando.

Affronti spesso tematiche sentimentali, c’è spazio anche per il sociale e la politica?

A dire il vero no, non parlo mai di politica. Fare musica ed il mio modo di farla sono per me entrambi gesti già “politici”, così come lo scrivere cose destinate ad un pubblico è di per sé un tema “sociale”: si trasfigurano la realtà e l’esperienza che si vive sperando di renderle, seppur nel loro piccolo, più universali possibili. Spero sempre che chiunque possa ritrovarsi in qualcosa che ho scritto, ma non mi interessa arrivare a tutti e non mi illudo di riuscire a farlo. Credo più nell’arrivare a ciascuno, appunto, seppur in una nicchia.

Sei diplomato all’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini dove hai studiato con Giovanni Truppi, Niccolo Fabi e Tosca, cosa ti resta di quella esperienza e che ricordo hai di questi tuoi colleghi?

Fortunatamente non mi resta un ricordo, ma un vivo presente, dal momento che i miei colleghi sono tutt’ora amici coinvolti nella musica e con cui ho spesso a che fare per questo motivo. La splendida realtà di Officina Pasolini riesce a radunare sotto lo stesso tetto, anzi, in uno stesso cortile creativo, tante belle penne, voci, mani e menti regalandogli lo spazio per giocare, scambiare, crescere e mettersi in discussione.

Oggi imperversano i Talent, cosa ne pensi?

Non li ho mai amati perché non mi piace vedere, nell’arte così come nella musica, una competizione. So che può sembrare pretenzioso, ma per me si sta parlando di arte, prima che di spettacolo. Di espressione, prima che di facciata. E purtroppo, pur non giudicando chi sceglie di perseguire la via dei talent, non riesco a riconoscervi un granché di positivo per la musica.

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri, sappiamo che c’è qualcosa che bolle in pentola?

Non essendo un buon mago, svelerei tutti i trucchi e tutti i progetti, ma mi limiterò a dire che Dove finisce l’_ _ _ _ _ fa parte di uno dei due Ep gemelli a cui sto lavorando: “Destinatari sconosciuti” e “Il sentimento della fine”, che spero riescano a vedere la luce entro la fine del 2025. Ma, per fortuna, ho talmente tante idee che per raccontarle servirebbe un’altra intervista.

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Soundeep
Foto: Ufficio Stampa

Abbiamo intervistato Davide, il cantante della band Roundeep che ci ha parlato del nuovo pezzo “Canzone Nuova”, del particolarissimo, unico, genere musicale che praticano e di un grande sogno nel cassetto…

Ciao Davide, innanzitutto ti chiedo di introdurre la tua band agli amici di Muisca361, siete nati durante il lockdown, un momento particolare…

La band nasce nel 2020, in quel periodo di pausa forzata quando ho scelto di trasformare la mia vita e abbandonare tutto quello che facevo prima e ho deciso di forgiare gli altri componenti della band, scelti più per le anime affini che per sapere suonare lo strumento, anche se devo dire che loro sono davvero dei fenomeni, perché tra Conservatorio e anima e passione fanno davvero al differenza…

Quale è il vostro genere (sappiamo che è uno molto particolare) e quali sono i vostri cantanti o gruppi di riferimento?

Il nostro genere non credo esista in Italia e nel mondo, pensiamo di averlo creato noi: è il rock cantautorale introspettivo. Un genere nuovo sempre all’interno del rock che però parla alle anime cercando di cambiare se stessi per cambiare il mondo. Per  quanto riguarda gli artisti ai quali ci siamo ispirati: noi spaziamo dalla classica all’heavy metal, nasce questo grande miscuglio che diventa la ricetta di un piatto buonissimo da gustare.

Il vostro ultimo brano si chiama Canzone Nuova, più chiaro di così! Vuoi parlarcene?

Parla di una rinascita, di qualcosa di nuovo che doveva accadere e finalmente è accaduto. Ci sono pezzi in cui c’è il mio nome, quando ad esempio dico: “Mi chiamo Davide e non mi vergogno”, simboleggia la accettazione di se stessi, segna una rinascita umana e professionale.

C’è una differenza rispetto alle prime composizioni?

Sì, una sorta di conclusione del primo percorso per affacciarsi al nuovo sentiero che stiamo intraprendendo, quindi chiudiamo così un periodo di duro lavoro che ci ha permesso di formare la band e lo chiudiamo con Canzone Nuova.

Avete anche una particolarità, una scrittura fluviale che vi impedisce di andare sotto i tre minuti, come vi organizzate?

Tra i gruppi che mi hanno ispirato ci sono i Queen e i Pink Floyd che sono noti per la lunghezza delle loro canzoni. Noi dobbiamo inserire tutto quello che pensiamo, che sentiamo, in un minutaggio di due minuti e mezzo, tre minuti al massimo e questo per noi comporta un sacco di problemi perché i testi prima di essere inseriti in un brano musicale sono poesie, quindi bisogna ritagliare il pezzo per incastrarlo in quel minutaggio senza perdere il valore.

Oggi imperversano i Talent, cosa ne pensi, ti andrebbe di partecipare?

Penso che siano un’ottima opportunità per connettere i vari artisti, per conoscere nuove cose, per saper gestire l’ansia, penso che siano un upgrade per ogni artista, non credo che siano tutti puliti sani e belli, a volte non vince la musica migliore, l’artista migliore o la canzone migliore. Non dico agli altri di andarci perché se vinci cambia la vita, ma l’esserci cambia la vita nel senso che ti permette di fare un viaggio interiore e raccogliere le forze per affrontare quello che poi arriverà e che è la vera fama, il vero successo: ossia il tuo ascoltatore, se ti trova impreparato sul palco o non all’altezza può cominciare a farsi delle domande. L’esperienza dei talent ti forgia per poi arrivare ad un tuo concerto dove sai gestire il pubblico, sai far divertire e ti diverti anche tu nel farlo.

Di Sanremo rock sappiamo che è un vostro sogno da sempre, seguite anche l’altro Sanremo?

Quando ero piccolissimo e guardavo il Festival il mio sogno era di essere su quel palco, nel 2023 ho esaudito questo sogno salendo sul palco come finalista a Sanremo Rock, quest’anno abbiamo vinto Una voce per l’Europa e siamo stati ospiti ufficiali sul palco dell’Ariston, la vera sfida è di partecipare a Sanremo, il Festival ufficiale, che noi seguiamo attivamente.

Prima di lasciarci vuoi rivelarci i progetti futuri?

Stiamo per chiudere questo primo capitolo della nostra storia con l’uscita di un album e ci prepariamo per un 2025 ricco di live, inoltre per Natale stiamo rifacendo due brani natalizi.

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TrioRox

“MOODS” è il nuovo album del progetto TrioRox formato da DJ Rocca, Giovanni Guidi & Joe Rehmer. Per parlare di questo lavoro che rappresenta la fotografia del ‘Qui ed Ora’, abbiamo ascoltato Luca Roccatagliati che ci ha parlato della genesi del gruppo e dei prossimi appuntamenti…

Ciao Luca, vuoi presentare il progetto agli amici di Musica361?

TrioRox è un gruppo Jazz influenzato dalla musica elettronica e dalla musica Dance, ne fanno parte il pianista Giovanni Guidi, il bassista Joe Rehmer ed io, DJ Rocca (Luca Roccatagliati). Il pianista Giovanni Guidi ha realizzato quattro album per la ACT Music, una prestigiosa etichetta tedesca e ha collaborato, tra gli altri, con Enrico Rava. Il bassista Joe Rehmer è un americano trapiantato a Foligno che ha studiato al Conservatorio di Miami e ha suonato con alcuni mostri sacri come James Moody. Questo trio è nato dopo un “incidente”: io dovevo suonare a Roma con Franco D’andrea, ma non poteva muoversi, quindi il nostro manager mi ha proposto Giovanni Guidi: il concerto lo abbiamo tenuto lo stesso ed è venuto benissimo.

È disponibile sulle piattaforme digitali di streaming e in formato CD e vinile “MOODS”, il nuovo album del progetto TrioRox…

MOODS è appena uscito per la Irma Records che è l’etichetta che notoriamente coniuga il Jazz con l’elettronica. L’album è nato dopo l’incontro di cui ho parlato nel settembre 2022, ci siamo chiusi in studio e abbiamo registrato: alcuni brani li avevamo già pensati, poi quando ci siamo visti in studio li abbiamo strutturati meglio e sono migliorati con l’attività live.

Le composizioni sono state sottoposte alla prova dei concerti dal vivo, quale è stato il riscontro?

Ho avuto un riscontro molto buono, abbiamo suonato in diversi contesti, club, festival e queste esibizioni ci hanno aiutato veramente tanto. Da come ha reagito la gente abbiamo capito come modularli meglio e creare un flusso sonoro che potesse essere ascoltato a casa o che potesse essere suonato da qualche DJ.

Quali sono i generi e gli artisti ai quali vi ispirate?

Ce ne sono parecchi, come il Miles Davis dal ’70 in poi, ma anche gli Underground Resistance di Detroit che sono gli originatori della Techno e poi anche i Weather Report. Venendo ai giorni nostri posso citare i Boards of Canada che ci sono serviti per i brani Jazz più eterei. Vorrei citare anche Larry Heard per la house e Herbie Hancock.

Cosa vi tiene uniti?

È stata la musica elettronica a tenerci insieme perché io sono sempre alla ricerca del modo di suonare la musica elettronica unita al Jazz e questi musicisti Jazz, che sono più giovani, hanno passato la loro adolescenza nei Club e la musica che hanno ascoltato è musica elettronica come i Prodigy o i The Chemical Brothers. Avevano voglia di fare cose elettroniche, questo è quello che ci ha unito.

Cosa ne pensi dei Talent? Ti piacerebbe partecipare?

Sinceramente no, siamo di tutt’altra estrazione, anche perché non siamo dei cantanti e questi talent sono rivolti a gruppi vocali, quindi sono utili, ma non per noi, la cara e vecchia gavetta è sempre la cosa migliore.

Prossimi progetti?

Intanto siamo in promozione per l’album e stiamo prendendo contatti per i Festival estivi del prossimo anno. Mentre il pianista è in promozione con il suo album, adesso è in Corea, poi andrà in Giappone.

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Sara Rados 1

 

È disponibile sulle piattaforme digitali di streaming “DISCO VIVO”, il nuovo album di Sara Rados e Progetti Futuri dal quale è estratto il singolo “Bandiere sporche”. Noi di Musica361 abbiamo incontrato l’artista che ci ha parlato del nuovo lavoro e dei generi che l’hanno ispirata, mentre dei talent dice che…

Recentemente è uscito Disco Vivo: un disco dal vivo, ma che non per questo si chiama così…

Sì, diciamo che non è solo per questo che si chiama così, ma anche per sottolineare l’aspetto “vissuto” di tutto il processo che ci ha portato a crearlo, arrangiarlo e portarlo in giro per i piccoli Club. Sono tutte canzoni che nascono spontaneamente come forma di autoterapia, di sopravvivenza alla quotidianità.

Del disco fa parte “Bandiere sporche” che dipinge in punta di blues il tempo che viviamo, come è questo tempo?

È molto disorientante, almeno per me, come musicista, come individuo e anche come genitore. Un tempo potenzialmente pieno di stimoli, che mette a disposizione tanti mezzi per scoprire la realtà, ma questi mezzi hanno una voragine e una vertigine che allontana dal momento presente.

Tu canti: “Sarebbe meglio restare in silenzio al posto giusto…”, ti riferisci a qualcuno in particolare?

Una considerazione sarcastica aperta a più interpretazioni, a volte tutti faremmo meglio a stare zitti o almeno parlare dopo che abbiamo riflettuto un po’. A volte ho proprio davanti a me il faccione di certi politici…

Nell’album è presente anche “Sono un ribelle mamma”, perché è importante questa canzone?

Penso che Roberto “Freak” Antoni sia stato una personalità nel mondo della musica e della cultura pop in generale, perché era avanti anni luce, prima non era così scontato essere così sarcastici e politicamente scorretti. Ha dipinto, ma con tenerezza, con compassione, il volto degli alternativi da appartamento che tutti siamo stati e che i ragazzini continuano a essere, senza la cattiveria che c’è nelle critiche attuali, lo faceva con intelligenza, mettendo alla luce i paradossi della nostra società.

Abbiamo detto in punta di blues, ci sono altri generi che ti hanno influenzato?

Ho un padre appassionato smodatamente di musica classica, quindi ho sempre sentito questo genere. Poi negli anni universitari mi sono appassionata al Jazz, mentre quando ero adolescente mi piaceva tanto l’hip hop, sia italiano che americano. Generi diversi, per me la discriminante era che ci fossero dei contenuti.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento? 

Molto canonicamente ti direi De Andrè, De Gregori, per citare i cantautori; per le voci femminili mi viene da pensare Nina Simone, Etta James, che sono le voci che mi porto nel cuore. Ora c’è un’artista che mi piace molto: Serena Brancale che trovo estremamente talentuosa e rimango amaramente colpita dalla quantità di odio che suscitano i suoi interventi. Sembra quasi che se sei brava e sei bella e metti qualche parolaccia, se non sei uomo non lo puoi fare.

Michele Staino, contrabbassista e figlio del compianto disegnatore Sergio Staino, ha realizzato, una ad una, l’immagine di copertina le grafiche dei brani e dell’ album…

Michele ha questo doppio talento: è un bravissimo musicista, suona in tantissime formazioni, ed è anche un ottimo disegnatore, negli ultimi dieci anni ha affiancato il padre Sergio nella realizzazione delle vignette e mi sembrava una cosa bella coinvolgerlo anche a livello grafico in questo progetto e dandogli qualche input ha saputo buttare giù dei disegni meravigliosi.

Cosa pensi dei talent?

Mi diverto a guardarli con i popcorn come guarderei una telenovela, nel senso che c’è tutta quella storia dello storytelling… mi hanno anche chiamata ma non ci sono andata, anche per una questione di orgoglio, perché devo andare in un “tritacarne”? Non mi piace questo modo di concepire la musica, di essere messi uno in competizione con l’altro, in questo contenitore dove ti devi mettere a piangere, dove devi cantare la cover che ti viene assegnata, dove c’è quello dietro la poltrona che si commuove…

I progetti futuri dei “Progetti futuri”?

Il 15 dicembre saremo a Milano al Detune con la direzione di Taketo Gohara e poi il 21 di dicembre alla Casa del Popolo di Settignano. Poi ho in testa un po’ di cose nuove da registrare…

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