Mattia Algieri: “Maglioni”, l’artista srotola il gomitolo delle sue emozioni e fa un ritratto di famiglia che suona come un atto di liberazione

Mattia Algieri è un giovane cantautore proveniente dalla provincia di Verona. Durante l’infanzia trascorre intere estati a casa dei suoi nonni, nei posti che ritrova e racconta anni dopo nei primi approcci alla scrittura. L’incontro più importante della sua vita è la collaborazione con Laura Pausini come corista del suo tour italiano. Nel suo nuovo viaggio musicale Mattia affronta temi profondi e delicati, come la fragilità, la ricerca di identità e la difficoltà nel superare il dolore.
Il nuovo singolo coglie tutte queste sensazioni: “Maglioni”, infatti, non è solo una canzone, ma un modo per esplorare lo smarrimento che si prova quando la vita, personale e familiare, subisce una svolta. Il trasferimento a Milano per intraprendere gli studi musicali diventa il punto di rottura e rinascita, il luogo dove la solitudine e la ricerca di sé si mescolano alla voglia di crescere e affermarsi. I maglioni quindi avvolgono e proteggono, suggeriscono così quel bisogno di conforto e rifugio.
Buongiorno e bentrovati a tutti. Oggi siamo in compagnia di Mattia Algieri, benvenuto tra noi! Come stai?
Buongiorno a voi tutti! Grazie per avermi ospitato, è un piacere essere qui. Sto bene e sono molto motivato in vista del futuro.
Come nasce la tua storia con la musica?
Nasce da molto lontano, ricordo che alle elementari il maestro mi sceglieva per le recite perché ero molto intonato ma lo facevo giusto per accontentarlo. Negli anni del passaggio dal liceo all’università mi sono concentrato su questa mia passione e mi ci sono buttato a capofitto. Da lì ho scelto alcuni percorsi che mi hanno formato come il CPM di Milano dove mi sono diplomato nel 2021. Ad oggi la musica è una presenza costante nella mia vita e sto cercando di farla diventare un lavoro, quantomeno stabile.
Cosa hai trovato a Milano rispetto a quando vivevi a Verona?
La rete di connessione a livello musicale, la scuola che ho frequentato è stata importantissima. Ho trovato e conosciuto persone che parlavano la mia stessa lingua, con le stesse aspirazioni e sogni; spesso essere capiti è sottovalutato. A Verona non sono riuscito a trovare questa realtà.

Un giorno mentre sei a casa ti arriva l’ispirazione. Qual è la prima cosa che fai?
L’ispirazione è un argomento un po’ controverso per quanto mi riguarda. È qualcosa di astratto che devi mettere in pratica quando arriva, e non arriva mai a caso, prima ci deve essere sempre un piccolo periodo di allenamento. Per me l’ispirazione non esiste, va allenata. “Se solo” è nata di getto in pochissimi minuti. Dopo ci ho riflettuto sopra ed effettivamente erano mesi che scrivevo e che buttavo giù frasi e pensieri di continuo, credo sia un esercizio più o meno costante. Prendo un foglio e comincio a scrivere, a volte mi arriva subito la melodia. Poi devo dire che ho anche tante influenze, dal pop italiano e internazionale, passando per il soul, il jazz e R&B, per finire sul cantautorato.
Il tuo secondo singolo si chiama “Maglioni”. Che significato ha per te e come è uscito fuori questo pezzo?
Questa canzone nasce in un momento un po’ delicato della mia crescita che corrisponde a quando ho lasciato casa per trasferirmi a Milano. Siamo in quel periodo lì, i miei genitori si separano, mia madre rimane da sola a casa e mia sorella abitava già con la sua famiglia. Il nucleo familiare si è un po’ sgretolato.
Nonostante sapessi che dovevo andare, è stato molto difficile riuscire a staccarmi da casa, quindi “Maglioni” parla delle figure della mia famiglia. Parte con questo rumore di cassetta che associo al rapporto tra me e mia sorella, parlo di lei e del suo essere mamma da poco. Poi passo a mia madre, ho colto il suo dolore e la sua disperazione per essere rimasta sola dopo tantissimi anni. Curava la sua sofferenza uscendo di casa con le amiche. Infine, dedico più spazio alla figura di mio padre perché con lui avevo un rapporto in cui è mancato un po’ di dialogo.
Mi sono sentito sempre in difetto con lui, ho sempre avuto l’idea di non soddisfare le sue aspettative. Da lì la frase “scusa papà non farò mai il calciatore”, perché in un momento della mia vita ci ho provato ma sono durato poco. Questa canzone è un ritratto familiare, dove io scappo da tutti con questi maglioni addosso.
Cosa rappresenta per te questo capo di abbigliamento?
Il maglione è comodo, non pretenzioso, sta bene con tutto. Permette a volte di passare inosservato, non è un capo appariscente. Allo stesso tempo rimane caldo ed avvolgente, in modo tale da restituirmi quell’abbraccio che avrei voluto ricevere.

Il gomitolo viola nella copertina è casuale o no?
No, è un concetto recente. Ho seguito un percorso di psicanalisi, a un certo punto durante le sedute srotolavo un po’ la mia storia. Il gomitolo viola l’ho proprio visualizzato durante una seduta, l’ho immaginato davanti ai miei occhi, gigante, come se fossi arrivato al nodo della questione e dovessi prendere questo filo e iniziare a srotolarlo.
Ci sono canzoni che rimangono chiuse nel cassetto per anni. Maglioni è tra queste?
Sì, è una tra le più vecchie, risale al 2017. L’ho ritirata fuori dal cassetto nel momento opportuno in cui ne avevo bisogno.
Senti di esserti trasformato come artista in questi anni?
Rispetto agli esordi, i primi pezzi avevano un’intenzione diversa. Quando li ho ripresi con Veronica Gori che mi sta seguendo, mi sono reso conto di essere cambiato. Sono molto perfezionista da un punto di vista vocale, ma ho capito che il perfezionismo ossessivo porta alla procrastinazione. Invece, l’approccio alla canzone è rimasto invariato, nel senso che mi piace molto parlare per immagini.
Quale elemento della tua personalità hai voluto conservare?
La curiosità nell’osservarmi attorno e notare le piccole cose. Mi sento appagato quando scopro le novità in una strada che conosco e percorro da sempre. Mi provoca uno stupore genuino, sono un grande osservatore.
Come hai conosciuto Laura Pausini?
Tramite una mia insegnante di canto, Roberta Granà: le è stato chiesto se potesse proporre un suo allievo dato che erano alla ricerca di un corista. Lei ha fatto il mio nome e da lì è partito tutto.
Che tipo di rapporto hai costruito sul campo con Laura?
Mi ha insegnato innumerevoli nozioni. La prima è dare fiducia alle persone. Lei si è fidata subito di me e mi ha dato una possibilità per svolgere questo lavoro. Non è da tutti offrire un’opportunità ad un giovane cantante come me. Laura è così come si vede, è una persona stupenda.
Ci racconti questa tua esperienza da corista? Come l’hai vissuta?
Ho imparato quasi tutto sul campo. Dalla scuola al palco il salto è notevole. Ho sempre avuto voglia e adrenalina di farlo, era il mio sogno e quando si è presentata l’occasione ero la persona più felice del mondo. Ho capito che è essenziale mantenere la voce allenata anche quando non c’è lo show, seguire una corretta idratazione, il riscaldamento, una specie di routine tecnica.

Cosa ti piace fare nel tempo libero?
Mi piace leggere quando sento di doverlo fare, non mi costringo mai a farlo. È il libro che ti sceglie e quando succede nelle letture che pesco trovo sempre dei riferimenti alla mia vita. Inoltre, mi piace fare camminate in cui posso osservare, tornando al discorso di prima.
Cosa leggi di solito?
Mi piace molto il genere autobiografico e anche un po’ romanzato. Sono una persona attratta dalla realtà, ascolto volentieri le storie degli altri e ne attingo.
Quando hai sentito di toccare il cielo nella tua carriera finora?
Nel tour con Laura, senza ombra di dubbio.
In che direzione speri che vada questo 2025?
Spero di far uscire ancora un po’ di musica mia, mi sento come un fiume che si è sbloccato e voglio assecondare questo flusso. Mi auguro che sia un anno pieno come quello precedente, con tante esperienze e soddisfazioni personali.
Quale obiettivo da raggiungere ti sei posto?
Vorrei crearmi una nicchia di ascoltatori, anche una piccola cerchia. Mi piacerebbe un piccolo tour nei teatri o club, spazi intimi e raccolti. Vorrei occupare un posto in questa industria.