…Perché Sanremo è Sanremo! A distanza di quasi un mese, per gioco, proviamo a fare un’analisi tecnica di alcuni dettagli
Si sono spenti ormai da quasi un mese i riflettori sulla kermesse più importante dell’anno, quella che per una settimana sostituisce nelle chiacchiere da bar il calcio con la musica. E anche qui, come per un rigore giusto o sbagliato, il pubblico si è spaccato sulla canzone più bella o più brutta, su chi meritava il podio e chi no, evidenziando come a Sanremo valga sempre tutto e il contrario di tutto.
Allora proviamo a fare il gioco del “contrario di tutto”, attraverso un’analisi tecnica di alcuni dettagli, che potrebbe ribaltare la narrazione ufficiale della critica, che spesso definisce i migliori e i peggiori sulla base di alcuni parametri, ma trascurandone altri, altrettanto importanti.
Storicamente, la canzone italiana ha sempre trovato il suo punto di forza nel testo, o nella cantabilità delle melodie, mettendo in secondo piano l’aspetto armonico e quello ritmico, parametri molto più considerati e curati all’estero, soprattutto nei paesi anglofoni e nordeuropei. La musica è un linguaggio universale, le parole no. Nel senso che, solo chi parla la nostra lingua può percepire quel pugno nello stomaco e commuoversi ascoltando parole come quelle di Quando sarai piccola (di Simone Cristicchi), canzone dai versi molto intensi, ma che musicalmente non è dello stesso livello del testo, e che quindi in un Eurovision Song Contest difficilmente potrebbe emozionare allo stesso modo un pubblico da Basilea in su.
È curioso che i primi due classificati, Olly e Lucio Corsi rappresentino, il primo, la perfetta incarnazione del “ragazzo di oggi”, mentre il secondo la perfetta incarnazione del “ragazzo di ieri”, ossia un artista sognatore, che sembra catapultato dagli anni ’70 ai giorni nostri, attraverso la macchina del tempo.
Olly, background da trapper, al quale è stato talvolta contestato l’uso di parole violente e aggressive in alcune sue canzoni, è un personaggio perfettamente in linea con il linguaggio dei suoi coetanei, in un contesto musicale che fa dell’autocelebrazione e dell’ostentazione le proprie armi migliori (o peggiori); Lucio Corsi, che molti hanno già definito come “anti-trap”, è invece l’antitesi dello spaccone: è colui che le botte le prende, che non si sente speciale, né vuole esserlo, ed è l’emblema del “ragazzo qualunque”, che rivendica la propria normalità, muovendosi in un mondo fiabesco e poetico, in cui il tempo sembra essersi fermato.
Eppure i due ragazzi hanno una cosa in comune: i ritornelli delle loro canzoni sono entrambi costruiti sul tradizionalissimo e nazional-popolare “Giro di Do” (anche se uno è in C# e l’altro in E), ossia quel giro armonico di quattro accordi “da spiaggia” che catturano spesso la maggioranza del pubblico “profano”, proprio per la semplicità del linguaggio musicale, molto basic, quindi accessibile e comprensibile a tutti.
Per intenderci: su questa progressione di accordi sono stati costruiti dei classici della musica italiana degli anni ’60, come Il cielo in una stanza, così come delle canzoni simbolo del trash anni ’80, quali Sarà perché ti amo o Felicità, fino ad arrivare alle hit estive dei giorni nostri, come Disco Paradise.
A proposito di Felicità, i Coma Cose, ossia gli “Albano e Romina” del terzo millennio, si candidano a entrare nell’Olimpo del trash italiano con il loro Cuoricini, il cui ritornello è praticamente sovrapponibile al brano di Albano e Romina.
Adesso, in questo “gioco del contrario”, proviamo a invertire le parti, parlando di canzoni con testi più frivoli (e per questo considerate di “livello inferiore”): è il caso di Anema e core, brano di Serena Brancale, grande voce jazz, che ha fatto storcere il naso ad alcuni critici, i quali sostengono che un talento del genere meriti un brano di maggior spessore artistico.
C’è chi ha detto che è una “baracconata”, chi addirittura l’ha etichettato come “neomelodico” (come se bastassero quattro parole in dialetto napoletano per essere etichettato come “neomelodico”!), ma nessuno ha citato il raffinato tessuto armonico su cui si basa la composizione, e che denota un grande spessore musicale e una conoscenza dell’armonia jazz da parte dell’artista, che va ben oltre il sopraccitato “Giro di Do”.
Se a questo aggiungiamo un ritmo ballabile e accattivante, è ipotizzabile che il brano possa avere molte più chance degli altri di scalare le classifiche internazionali. Ribadiamolo: all’estero non capiscono le parole, ma la musica sì.
Per i motivi appena citati, il brano più internazionale di tutti sembra essere La mia parola (di Shablo, Guè, Joshua, Tormento), con una introduzione di voci gospel e un bridge ricco di elaborati e raffinatissimi accordi jazz, che hanno trasformato una canzone trap in un brano soul r&b, che strizza l’occhio ad artisti anglo-americani come John Legend o Craig David. A tal proposito, è il caso di citare il maestro che ha diretto l’orchestra, e che è anche uno degli autori firmatari del brano: stiamo parlando di Luca Faraone, un musicista molto noto e apprezzato sulla scena londinese e che è stato chitarrista, indovinate un po’, proprio di Craig David… sarà un caso?
Ritmicamente, sono tornati di moda i brani terzinati: terzinati sono il primo classificato (Balorda nostalgia, di Olly), e l’ultimo (Pelle diamante, di Marcella Bella); lo è anche il brano di Francesco Gabbani (Viva la vita), anche se diverso dagli altri due, con un carattere molto soul e un’introduzione che ricorda Knockin’ on heaven’s door; ma soprattutto è un terzinato la sigla tormentone (Tutta l’Italia, di Gabry Ponte), che ci ha martellato ogni sera, e che (siamo pronti a scommettere), prima ancora di spopolare nelle discoteca, diventerà una hit da stadio, con i tifosi che, saltando a tempo sugli spalti, sostituiranno la frase “Tutta l’Italia” con le frasi “Tutto lo stadio” o “Tutta la curva”.
Perdonate i nostri gusti da boomer, ma noi siamo rimasti legati alla tradizione e affezionati alla vecchia sigla… perché Sanremo è Sanremo!
Articolo di Chiara del Vaglio